Teatro Ragazzi G. Calendoli ONLUS

Teatro Ragazzi G. Calendoli ONLUS Padova

TESTIMONIANZA REBESCHINI

UN FESTIVAL VIVO GRAZIE A CHI GLI HA DATO LA VITA

 

Quanti hanno scritto e parlato della necessità di “mantenere viva la memoria” di un grande uomo? Inutile farne un elenco da Omero a Virgilio, dal Petrarca al Foscolo e via via nei secoli… Mantenere viva la memoria di un uomo. Ma come? C’è chi dice che senza memoria un nome è un guscio vuoto, chi ritiene che solo lasciando degli scritti si perpetui la propria memoria e chi considera che siano i monumenti a mantenerla nel tempo. Sì, forse anche tutto questo è vero, ma mi diverte molto più pensare ad un testo di Gianni Rodari, quello che racconta del ricchissimo barone Lamberto il quale, ormai novantatreenne e carico di malattie, chiama alla sua corte, pagandole profumatamente, delle persone che ripetano il suo nome; questo nella convinzione che ciò possa farlo ringiovanire: insomma, se ci sarà sempre qualcuno a ripetere il suo nome egli potrà vivere in eterno! Ma agli stipendiati diventa difficile, faticoso, impossibile continuare a ripetere per ore, per giorni, per mesi sempre quel nome… Lamberto… Lamberto… Lamberto… Sono pagati per questo, è vero. Ma si può iterare continuamente, senza senso, senza partecipazione, senza convinzione un semplice nome? Ecco, allora, che mi guardo intorno, negli uffici di via Metastasio (mescolandoli a quelli della vecchia sede di via Concariola), e mi ritrovo, senza essere retribuita, senza essere forzata, senza riceverne vantaggi, a ripetere spesso a me stessa e a chi mi sta intorno il nome di Luciano: l’ufficio di Luciano, il computer di Luciano, la matita di Luciano, le idee di Luciano, i pensieri di Luciano, gli insegnamenti di Luciano, l’onestà di Luciano, le parole di Luciano, le riflessioni di Luciano, le opinioni di Luciano, le convinzioni di Luciano, la cultura di Luciano, gli scritti di Luciano, la lungimiranza di Luciano, la durezza di Luciano, la dolcezza di Luciano, la forza di Luciano, la correttezza di Luciano, la tempra di Luciano, l’energia di Luciano, l’abilità di Luciano, la competenza di Luciano, la maestria di Luciano, il valore di Luciano, la capacità di Luciano, il valore di Luciano, l’efficienza di Luciano, la signorilità di Luciano, l’onestà culturale di Luciano, i sogni di Luciano… l’hanno imparato e lo ripetono con affetto, come se lo avessero conosciuto, anche i nostri collaboratori! Quante volte, qui, ho già ripetuto il nome? E quante ancora potrei ripeterlo per raccontare dei mille e mille regali di conoscenza che tutti coloro che l’hanno conosciuto hanno ricevuto da lui? Se ciò bastasse a “ringiovanire” ce lo dovremmo ritrovare neonato… (o forse dovrà rinascere… in un tempo lontano, per aiutare altri bambini, altre persone oneste?). Eppure, in qualche modo, Luciano si è davvero perpetuato in tutti noi, che in tanti anni di lavoro, di esperienze e di condivisioni abbiamo assorbito, come spugne, ciò che lui sapeva elargire con semplicità, con naturalezza e con grande generosità. Mai scontato, però, mai condiscendente, mai banale. Spesso duro, senza indulgenze, senza cedimenti: la verità, la cultura, la correttezza, la volontà, la nobiltà d’animo sono state il suo modo di vivere. Senza volerlo ha saputo erigere il proprio monumento, fatto di idee, di patrimonio di conoscenze, fatto di speranze, fatto di signorilità, fatto di grande onestà culturale. Voleva e si adoperava per creare il miglior futuro possibile per i bambini e per i giovani, lui che non aveva avuto figli ma che riusciva ad instaurare con i giovani uno straordinario, invidiabile rapporto di maestro e amico, di guida spirituale e di ascoltatore, di capo e di confidente. Sapeva vivere con una dignità, una forza ed una volontà che mai ho conosciuto in una persona. Non si vive solo per se stessi… e sì, Luciano ha saputo fare della sua vita un capolavoro perché, da sognatore colto e da teatrante qual era, ha saputo far suo il pensiero di Berthold Brecht che diceva Le anime grandi hanno volontà, le anime volgari solo velleitàNessuna velleità personale, ma la volontà di lasciare e segnare una via per le nuove generazioni. Ha passato a noi il testimone, il nostro Luciano, come alcuni anni prima l’aveva passato a lui Giovanni. Il professor Calendoli aveva con tutti noi, e con Luciano in particolare (si chiamavano, come gentiluomini dell’ottocento, Don Giovanni e Don Luciano), un non comune rapporto di stima e di condivisione. Erano anche allora tempi difficili, ma c’erano loro due, così forti, a condividere fatiche e speranze. Quante serate passate a parlare sino a tardi, a fare progetti, ad ascoltare gli incredibili racconti di Giovanni, della sua straordinaria vita, ricca di aneddoti, di storie forti, di avventure in Africa, giovanissimo comandante con poteri decisionali più grandi di lui, di quando, dopo l’otto settembre, si era dovuto rifugiare in Francia, in un istituto alberghiero dove, per non perdere tempo inutilmente, si era diplomato cuoco con specialità in salse e nel frattempo si manteneva facendo “il chiromante” nei bistrot francesi… Giovanni aveva già due lauree, in lettere e in legge, una famiglia di ceto elevato, eppure la vita l’aveva portato a fare altre esperienze, come quella di addetto stampa di uno dei più importanti circhi, con il quale aveva girato l’Europa. E poi la famosa ballerina spagnola, che per riconoscenza verso di lui, una sera nella terrazza della casa romana di Giovanni e della moglie Rosetta aveva ballato per loro… Essere colui che aveva fondato la prima cattedra di Storia del teatro delle Università italiane ed esserne il direttore era per lui un fatto naturale, visto che fin da bambino aveva frequentato i teatri facendo da accompagnatore alla mamma. Sì, mi direte, ma cosa c’entra con l’anniversario del Festival? Eccome se c’entra! Tutto questo fa parte della storia di questo Istituto, un ente che nasce dalle persone, dalle loro idee, dalle loro capacità, dalla loro storia, dalle loro esperienze, dalla loro determinazione. E non per scopi politici o per interessi personali. Se questo Festival continua a vivere anche ora, dopo dieci anni dalla scomparsa di Giovanni e cinque da quella di Luciano, è grazie a questi due uomini che hanno lasciato la loro eredità fatta non solo (ed è la cosa più importante) di preparazione culturale, di idee, di dottrine ma anche di qualcosa di concreto (mi riferisco ad un lascito economico) che ora dà la possibilità di festeggiare degnamente, anche con questo libro, il XXV Festival, nonostante i tempi durissimi, in cui l’Istituzione pubblica da due anni non risponde, come in passato, alle necessità della struttura. Cari amici, cari spettatori, sappiate che tutto ciò che stiamo facendo va ad intaccare fortemente quanto c’era da parte; in parole povere: nonostante noi si faccia, come volontari, il lavoro con la professionalità e l’impegno che ci riconoscete, dobbiamo anche spendere, e non poco, per sostenere questa iniziativa, iniziativa, però, doverosa nei confronti di coloro che a tutto questo hanno dato la vita. C’è un muro tra noi e chi dovrebbe capire. Ma, come diceva Nelson Mandela, Le mura, per quanto forti, non possono impedire il volo del pensiero. E noi, di questo siate certi, continueremo a volare con il pensiero, con le idee, con i sogni perché si è vivi finché si sa ancora sognare. Quanta gente “di potere” può dire altrettanto? Quanta gente “di potere” potrà lasciare dietro di sé persone che continuano pedissequamente, insistentemente a parlare di loro e di quanto hanno saputo fare non per se stessi ma per tutta la popolazione? Luciano dovrebbe fare morire di invidia tanti personaggi, vecchie e nuove meteore. Certamente farà morire di invidia il barone Lamberto. In questo mio scritto il suo nome è ripetuto ogni giorno, molte volte, e non solo da chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo ma anche da molte altre persone che collaborano con noi, che ne avvertono così fortemente lo spirito da trovare naturale parlare di lui come se lo avessero davvero incontrato, ma, forse, è così, hanno imparato a percepirlo e a sentirlo vicino tramite noi e alla grande, illuminata, forte personalità di Luciano che ci portiamo dentro. Da quando abbiamo pensato di pubblicare questo libro e abbiamo chiesto alla Compagnie, ai purtroppo pochi spettatori che abbiamo potuto avvertire, ai collaboratori, eccetera, di scrivere una loro testimonianza, liberi, ovviamente, di dire tutto ciò che pensavano e sentivano, ho cominciato a rendermi conto che anch’io avrei dovuto fare la mia parte… e sapevo che per me sarebbe stato particolarmente difficile e doloroso, tant’è che non ho fatto altro che rimandare, rimandare, lo farò domani… adesso non c’è tempo…ci sono delle urgenze… la tipografia ci aspetta ancora qualche giorno… domani… domani... domani… Eintanto, e per questo un grande grazie con stima e con amore, arrivavano le testimonianze, belle, affascinanti, sentite, vere, vive, piene di ricordi, piene di storie, piene di gioia, piene di rispetto, piene di stima, piene di ammirazione, piene di verità… e piene, colme, stracolme del mio pianto, del mio dolce e rinnovato dolore nel ritrovare momenti importanti, momenti vissuti con intensità, momenti di vita intensa, di sogni, di speranze. E io ho aspettato. Ho rimandato. Ho agito come si faceva ai tempi della scuola, quando ci si preparava all’ultimo momento, quando non se ne poteva più fare a meno, quando si sapeva che l’indomani l’interrogazione ci sarebbe stata di sicuro, improrogabilmente, senza nessuna scusa, senza nessuna giustificazione. Ma sapevo anche che, lacrime o no, avrei compiuto il mio dovere. Avrei perpetuato, anche per iscritto, il nome di coloro che hanno dato tutto di sé a tante persone e a me infinitamente. Luciano per primo e Giovanni. A loro il mio grazie. Per sempre. Io no, io non dimentico.

Luciano…Giovanni…Giovanni…Luciano… Luciano…Giovanni…Giovanni…Luciano…

Luciano…Giovanni…Giovanni…Luciano… Luciano…Giovanni…Giovanni…Luciano…

Luciano…Luciano… Luciano…Luciano… Luciano…Luciano… Luciano…Luciano… Luciano…

Renata Rebeschini

Museo Luzzati

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